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La malattia del "fare"



Fare, fare, fare.


Dicono che la malattia del secolo sia la doing disease, la convinzione per cui misuriamo noi stesse sempre e solo rispetto a quanto facciamo, produciamo, raggiungiamo.


Quando è stata l’ultima volta che ti sei fermata per dieci minuti e semplicemente - non hai fatto niente?


Tra tutti gli esercizi di coaching che mi sono stati assegnati, forse questo è stato il più difficile da portare a termine.


D’altra parte siamo cresciute in una società che ragiona secondo parametri di realizzazione che corrispondono, appunto, al cosiddetto “Viaggio dell’Eroe”: la volontà di superare un mondo ordinario che porta a uscire dalla propria comfort zone, ad affrontare prove cercando alleati e superando ostacoli e nemici, fino al raggiungimento di una ricompensa che ci permette la via del ritorno come persone migliori.


Per molte donne, però, il raggiungimento del successo in termini di denaro, potere, riconoscimento, non porta a quel senso di quiete che stavamo cercando.


Siamo brave, ci impegniamo, veniamo promosse a maggiori responsabilità, viaggiamo e possiamo decidere di noi stesse.


Ma quando si parla di leadership femminile troppo spesso si pensa a “come insegnare alle donne ad essere leader”, invece che a come integrare caratteristiche distintive differenti e complementari rispetto ai parametri maschili.

Così quando dovremmo fermarci e festeggiare il risultato raggiunto, molto spesso invece ci chiediamo


“E adesso?”

Lavoriamo troppo, siamo stressate e ci chiediamo dove abbiamo sbagliato – non doveva essere questa la strada per “riuscire”?


Se l’immagine del Viaggio dell’Eroe è quello di una strada che procede, tra le salite di vittorie, apparenti o reali, e le improvvise discese verso quelle prove rappresentate come grotte profonde, il viaggio dell’eroina è circolare. Segue una linea perfetta che torna su se stessa, che racchiude e contiene, allo stesso tempo in movimento e in equilibrio.


Sempre in un ciclo di sviluppo, crescita, apprendimento.


Si parte proprio dal fare: seguendo il modello esterno che confonde la sensibilità con la debolezza e che identifica il femminile come meno capace di mantenere la focalizzazione e l’obiettivo, cerchiamo un’identificazione con quelle caratteristiche che vengono considerate prerequisiti per una vita soddisfacente: orientiamo tutte le energie a costruire la nostra sicurezza (economica, lavorativa, di ruolo nella società), ricercando una validazione esterna della nostra capacità.


Per superare le prove di un mondo sempre più competitivo, però, l’eroina deve indossare una corazza. Ci sentiamo forti nei risultati, nella posizione raggiunta, nella stabilità economica.


Ma la corazza è illusoria


Sembra proteggerci dagli attacchi esterni ma in realtà ci isola, impedisce sempre più di mostrarci e farci conoscere per quello che siamo realmente. E, soprattutto, non può niente contro tutte quelle circostanze della vita che non potremo mai controllare.


E la vita succede, che lo vogliamo o no.


Di solito è in questo momento che inizia il vero Viaggio dell’Eroina, un viaggio da fare dentro di sé mettendo in discussione modelli esterni, sociali e familiari, da affrontare senza una mappa o indicazioni di dettaglio.


Troppo spesso anche senza il supporto di qualcuno che ci stia vicino in questa fase di cambiamento.


Perché abbiamo paura di condividere come ci sentiamo, di “buttare via” tutto quello che abbiamo costruito in tanti anni di fatica. Mentre se proviamo a parlarne con le altre donne vicino a noi, forse scopriremo che questo viaggio siamo in tante ad affrontarlo…


E allora, come possiamo seguire il nostro viaggio contando sul supporto di altre donne che come noi sono alla ricerca di modelli che corrispondano realmente ai loro bisogni?


[Laura]

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