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La corsa di Margherita



Metti una città scolpita nel tufo. Metti una fiaba visionaria, un regista poeta confinato a letto, una bambina fuori dal tempo e una squadra giovane e appassionata.


E poi l’agosto italiano, fatto di caldo, turisti, musica leggera, cornetti all’alba e teatrini politici. La bambina cammina, le braccia tese in avanti come un sonnambulo, il suo cavallo di pezza nella mano destra. Vuole dire che ha sonno. Sono le cinque e mezza del mattino, una lama di luce ambrata ritaglia i muri e il basolato, pochi metri più in basso, a valle, è ombra, l’ombra dell’altra metà della città che ancora sonnecchia nell’indaco.


“Devi sapere che i bambini nei film non recitano. Loro fanno, totalmente”

Questo mi racconta Giuseppe Carrieri mentre addenta una fetta di pane e olio. E finalmente mi spiego le facce buffe di Margherita, mentre correva per la decima volta lungo i gradini di Matera all’alba, il fatto che facesse le linguacce a chi le indicava di fermarsi, guardare a destra o a sinistra, quando il copione prevedeva che fosse da sola. Il fatto che chiedesse alla sostituta regista di togliersi anche lei le scarpe e di correre assieme a piedi nudi sulle chianche lisce.

“Prova a prendermi!”.

Quattro, cinque, venti volte.


Fino a che la sequenza aveva la durata giusta, la luce giusta, l’inquadratura e la velocità perfette. Ed infine il fatto che quando si era definitivamente stufata l’unico che riuscisse a farla riprovare un’ultima volta fosse il fratello, di 7 anni, che trasformava la scena ancora in un nuovo gioco.


Siamo stati sul set di un film. Come famiglia. Ed è questa la nostra “prima volta dell’estate”.


Una prima volta che mi ha fatto riflettere sulle cose di cui scrivo e insegno, perché siamo stati diretti da una troupe speciale: Marta, Eleonora e Paolo, director, producer e film maker, tre giovanissimi studenti della IULM, che hanno lavorato come un ingranaggio preciso e rodato. Si sono alzati, come noi, all’alba, ancora ed ancora, perché la città doveva essere deserta, per quella luce rosata e le ombre sfumate, maneggiando attrezzature e poesia con la maestria di professionisti navigati.


Ci hanno conquistati, e soprattutto hanno conquistato la piccola protagonista che si è lasciata condurre nella magia della narrazione, stupire sul serio, incantare e divertire, come è giusto che accada ad una bambina di 4 anni.


Ho osservato attentamente la conduzione del set, priva di protagonismi e primadonnismi, in cui “maschi” e “femmine” hanno lavorato alla pari, collaborando ognuno con le proprie competenze e attitudini, ma anche scambiandosi i ruoli orizzontalmente e verticalmente, mettendosi in gioco con ironia ma sempre con gli obiettivi della produzione ben chiari, e mi sono accorta di aver assistito all’esplicitazione più chiara che io abbia mai visto del concetto di leadership circolare, che a mio avviso supera quello di leadership risonante o la piramide rovesciata della servant leadership.


Sono stata in decine di aziende, ho incontrato centinaia di realtà ma mai avevo assistito alla concretizzazione così pura del management olistico che valorizza le differenze senza schiacciarle, che trova un posto per tutti, e che non impone e non si impone generando armonia.


Sarà stato forse anche il contesto, quella città fuori dal tempo, e la dimensione della fiaba, ma porterò sempre con me la gentilezza, il sorriso, il talento, le battute e la fermezza di questi ragazzi, la loro visone e l’immaginazione.


E sento finalmente che il mondo è in buone mani.


[Silvia]

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