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Il mondo ha bisogno che le donne si attivino. Anche in politica.




Non ricordo la mia prima manifestazione. Ero troppo piccola, dentro ad un passeggino spinta da mia madre. Erano gli inizi degli anni 70, periodo, in Italia, animato ancora dalle code del 68 e lacerato dalla contrapposizione violenta tra terrorismo e Stato.


Quella prima marcia, seguita da tante altre nella mia infanzia, con mia sorella, mia madre e le sue amiche hanno significato per me due cose: la prima è che ho sempre associato l’impegno politico con l’essere donna, e la seconda è che per me l’attivismo è pacifico e colorato.


Oggi i miei figli partecipano a tutte le manifestazioni a cui vado io.


Mia figlia di 4 anni ha il suo megafono personale e vi canta dentro, seduta sulle mie spalle, strappando sorrisi ai passanti.


Nonostante tutto, lei e io siamo un’ eccezione in Italia.


Nel nostro paese sono ancora troppo poche le donne che seguono la politica, come se la cosa pubblica non le riguardasse direttamente. Una grande percentuale (il 50%, dati SWG delle ultime Europee) non esercita neanche il diritto di voto. Ignora, abdica. Delega.


Le donne si tengono più alla larga dai partiti e il loro impegno si esprime in modi più informali.


Inoltre le italiane credono meno degli uomini nelle istituzioni. Le statistiche ci dicono che anche nell’Unione europea c’è un divario significativo che separa uomini e donne quando si parla di partecipazione politica. Gli stessi dati ci raccontano come uomini e donne partecipano in maniera diversa alla vita politica: gli uomini s’impegnano di più nella politica partitica e istituzionale, mentre le donne si impegnano di più nella politica non istituzionale.


Fanno politica lontano dai palazzi, ma questo le penalizza e fa sì che le loro istanze non siano ascoltate.


Oltre a minare la legittimità di un sistema democratico, il divario di genere nella partecipazione politica rafforza le disuguaglianze sociali: chi non articola i propri interessi, infatti, corre il rischio di essere ignorato. Il minor impegno delle donne può quindi avere un riflesso negativo sulla possibilità che i loro interessi e punti di vista si riflettano nelle decisioni politiche e nelle scelte di governo. Al contrario, le donne e la società tutta potrebbero trarre grande giovamento se più donne, consapevoli di questo divario nell’impegno istituzionale, partecipassero alla vita politica.


I social media e le tecnologie sono sempre più utilizzati come strumenti per il coinvolgimento civile e sociale.


Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un aumento dell’uso dei social media per creare consapevolezza su rivendicazioni di cittadinanza. I fatti ci mostrano come le donne ne facciano un uso sempre più intenso per le proprie rivendicazioni, e per discutere i temi legati al genere che sono importanti per la loro vita. Spuntano come funghi i commenti sui social, e la miriade di blog femministi ci parlano di quanto la rete ed i social siano ormai strumenti fondamentali per informarsi e condividere idee. Sono uno spazio protetto, in cui non è necessario esporsi in prima persona e forse per questo le donne scelgono l’arena digitale per portare avanti le proprie istanze.


Valorizzare queste esperienze però nulla toglie al fatto che è necessario promuovere la partecipazione attiva delle donne alla gestione della cosa pubblica. Tutti gli organismi pubblici, a qualunque livello, dovrebbero essere incoraggiati ad adottare strategie che permettano alle voci delle donne, in tutta la loro diversità, di essere udite.

E noi come donne e madri abbiamo il dovere di adoperarci direttamente e sensibilizzare sulla importanza di partecipare e di essere rappresentate.


[Silvia]

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